Eat: quando il cibo diventa un incubo

Sabato, 24 Maggio 2014 00:00

Una rilettura del cortometraggio di Moritz Krämer, vincitore dell’ARES Film Festival 2013

 

Una modella ripresa sul set di un servizio fotografico. Una scena fredda: la luce degli occhi è spenta, il suo corpo è legnoso, la bellezza sofferente. Il suo disagio profondo si concentra sull’assistente del fotografo che, nel frattempo, addenta un panino. C’è un’aria di decadenza, se vogliamo tipicamente tedesca e nordica.

Quando la bella Helen rientra in camerino un semplice yogurt non basta a saziarla. Da quel momento tutto diventa commestibile. Il bracciolo di legno della poltrona. Il petalo di un fiore, una candela ancora fumante, il rossetto per le labbra. Helen si avventa con eccitazione su tutto: perfino le pareti della stanza e i cavi elettrici della televisione sono masticati da una gola insaziabile. Fino alle conseguenze estreme e surreali dell’autofagia.

Eat è il cortometraggio di 7 minuti che ha vinto nel 2013, la 5^ edizione dell’ARES Festival di Siracusa come miglior film. Grazie alle su specifiche caratteristiche è stato premiato anche allo Short Film Méliès d'Argent 2013 e al Sitges Festival di Catalogna, espressamente dedicati ai film di contenuto fantastico.

Il regista Moritz Krämer, tedesco di origini svizzere, alle prese con un tema bruciante com’è l’anoressia, riesce in pochi minuti a rappresentare la solitudine, la disperazione, la trasformazione di una donna solo in apparenza vincente. Un film che – pensando a Thomas Mann per la letteratura e a Luchino Visconti per il cinema - potremmo definire decadente, specie negli istanti iniziali, per la sua capacità di offrire l’atmosfera di una società malata e per l’interesse quasi morboso per una situazione estrema. Pochi momenti in cui una tensione abnorme rivela la verità degli esseri umani. Krämer affronta il personaggio e la materia del racconto con progressiva durezza e con una aggressività che sfocia alla fine nel sadismo dell’autofagia. 

Nella parte fantastica della pellicola si sente forse un’altra eredità: quella dell’espressionismo tedesco, caratterizzato nei primi anni del secolo scorso da una forte distorsione del segno. Un segno espressionista che proietta questo cinema nel regno dei trucchi e delle allucinazioni. Non è un caso. Soprattutto nei paesi dell’Europa centrosettentrionale le correnti artistiche dell’inizio del Novecento, sul confine tra il sogno e l’incubo, hanno ampiamente utilizzato il concetto di inconscio per svelare quelle caratteristiche più profonde dell’animo umano che sono mascherate dall’ipocrisia della società borghese. Lo stesso succede con la fotomodella Helen in questo film, in una rielaborazione contemporanea del surrealismo cinematografico.

Immagini, percezioni, emozioni che si svolgono in modo irreale o illogico e che mostrano situazioni impossibili a verificarsi nella realtà. Come nei quadri di Dalì, viene meno il controllo della coscienza sui pensieri dell’uomo e può quindi liberamente emergere il suo inconscio. Ne derivano immagini di enorme potenza simbolica, lo spaesamento dello spettatore, la necessità di un esercizio interpretativo per capire e mettere ordine tra desideri e pulsioni.

L’incubo di queste immagini difficilmente può essere tradotto in parole, ossia in un linguaggio logico. Qui il cinema può davvero esprimere la sua massima potenza. Non a caso, con l’avvento del surrealismo, il cinema ha potuto rappresentare un movimento capace di spezzare la linearità del racconto classico e delle sue concatenazioni logiche.

Moritz Krämer, 34 anni, nato a Basilea e poi cresciuto nella Foresta nera in Germania, ha studiato a Friburgo e poi all’Università delle Arti di Berlino. Ha lavorato come video artista, compositore, autore di testi per canzoni e direttore musicale in diversi teatri in Germania. Ha realizzato videoclip musicali, brevi fiction e cortometraggi.

Letto 6640 volte Ultima modifica il Venerdì, 16 Gennaio 2015 09:19

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